L'Aquileia non prenderà parte al campionato di Prima categoria. Dopo anni e anni di storia, la società non presenterà ai nastri di partenza una prima squadra. Le vicende dall'ingresso in società della Sedes H di Gioele Magaldi sono ormai note e hanno fatto ampiamente discutere.

Abbiamo ricevuto e pubblichiamo questa lettera scritta da Giada Goat, componente del Consiglio di Amministrazione dell'Aquileia ma soprattutto figlia del presidente Paolo Goat. Eccola di seguito riportata:

"Ho pensato tanto prima di scrivere queste parole

Forse perché quando si parla di qualcosa che ti appartiene così profondamente è difficile trovare quelle giuste. E forse perché, fino ad oggi, ho preferito leggere e stare in silenzio.
Ma adesso sento di voler parlare.
Non come componente del Consiglio di Amministrazione, non come componente di una società sportiva. Semplicemente come Giada. E soprattutto come figlia di Paolo.
In questi giorni ho letto tante cose. Commenti, giudizi, accuse. Ho visto puntare il dito con una facilità che, sinceramente, fa male.
So benissimo che quando qualcosa va storto si cercano delle responsabilità. So anche che degli errori possono essere stati fatti. Nessuno di noi ha mai preteso di essere perfetto e nessuno vuole sottrarsi alle proprie responsabilità.
Ma una cosa è riconoscere gli errori.
Un’altra è trovare qualcuno a cui dare tutta la colpa.
E vedere che quel qualcuno, oggi, è soprattutto mio papà mi fa male.
Forse sono di parte. Anzi, sicuramente lo sono. Sono sua figlia.
Ma proprio per questo conosco una parte di questa storia che da fuori non si può vedere.

Ho 27 anni e praticamente non ricordo una vita senza l’Aquileia. Sono cresciuta in quel campo. Sono cresciuta vedendo mio papà dedicare a questa società una parte enorme della sua vita.
L’ho visto togliere tempo alla famiglia, agli amici, a se stesso. L’ho visto esserci quando le cose andavano bene e soprattutto quando andavano male. L’ho visto arrabbiarsi, preoccuparsi, cercare soluzioni. L’ho visto fare sacrifici che probabilmente conosciamo davvero soltanto noi che gli siamo stati accanto.
E tutto questo non per un tornaconto personale.
Ma perché all’Aquileia ha sempre voluto bene davvero.
Per questo faccio fatica ad accettare che oggi anni e anni di impegno possano essere cancellati così, come se tutto quello che è stato fatto prima non avesse più alcun valore.
Mio papà era ed è stato il volto dell’Aquileia sul territorio. E proprio perché era il Presidente è inevitabile che oggi il suo nome sia quello più esposto.
Ma essere il Presidente non significa aver deciso tutto da solo.
Quando è iniziato questo nuovo progetto, ci abbiamo creduto. Mio papà ci ha creduto. Io ci ho creduto. I dirigenti che sono rimasti ci hanno creduto.
Abbiamo lavorato sulla base di un progetto, di obiettivi e di indicazioni che non dipendevano soltanto da noi. Abbiamo fatto delle scelte confidando in ciò che ci era stato prospettato e abbiamo continuato a crederci anche quando le cose hanno iniziato a diventare difficili.
Forse siamo stati troppo fiduciosi.
Forse abbiamo sperato troppo.
Forse abbiamo sbagliato qualcosa.
Ma se c’è una cosa di cui non mi vergognerò mai è essere rimasta.
Perché quando una situazione diventa complicata è molto facile allontanarsi. Molto più difficile è restare lì, metterci la faccia e provare fino all’ultimo a salvare quello che si può salvare.
Ed è quello che abbiamo fatto.
Oggi sappiamo tutti quanto sia difficile la situazione dell’Aquileia. Fa male a me prima ancora che come componente del Consiglio di Amministrazione, come persona che in questa società è praticamente nata e cresciuta.
Ma leggere che tutto questo sarebbe semplicemente “colpa di Paolo”, o di quelle poche persone che ancora oggi sono lì, mi sembra profondamente ingiusto.
Perché dietro quei nomi ci sono persone.
Ci sono anni di volontariato.
Ci sono sere, weekend, telefonate, problemi risolti senza che nessuno ne sapesse nulla.
Ci sono famiglie che tante volte sono venute dopo il calcio.
Ci sono persone che hanno dato tempo, energie e cuore senza chiedere niente in cambio.
E questo vale per mio papà, ma vale anche per tutti quei dirigenti e volontari che negli anni hanno dato qualcosa all’Aquileia e per quelli che, nonostante tutto, continuano a farlo ancora oggi.
Non siamo rimasti perché ci conveniva. Siamo rimasti perché ci importava.
Le responsabilità, quando ci sono, è giusto riconoscerle. Ma non è giusto riscrivere una storia intera sulla base di quello che è successo negli ultimi mesi. E soprattutto non è giusto distruggere le persone pur di trovare qualcuno contro cui puntare il dito.
Io so quello che mio papà ha dato all’Aquileia.
So quanto questa società gli è costata in termini di tempo, sacrifici e vita personale. So quante volte avrebbe potuto dire “basta” e invece è rimasto. E so quanto sta soffrendo oggi nel vedere qualcosa a cui ha dedicato una parte enorme della propria vita trovarsi in questa situazione.
Per questo, da figlia, oggi sentivo semplicemente il bisogno di dirlo:

papà, tutto quello che hai fatto non viene cancellato da quello che sta succedendo oggi.

Chi ti conosce davvero sa quanto hai dato.
Io l’ho visto per tutta la mia vita.
E potranno esserci cento commenti, cento accuse e cento persone pronte a giudicare da fuori.
Ma nessuno potrà mai convincermi che una persona che per così tanti anni ha dato anima, tempo e cuore a questa società meriti di essere ricordata soltanto per il momento più difficile della sua storia.
Io, almeno, non lo permetterò.
Perché prima dell’Aquileia, prima dei ruoli, prima delle cariche e prima di qualsiasi risultato, ci sono le persone.

E forse, ogni tanto, prima di scrivere certe parole, dovremmo ricordarcelo."

Sezione: Primo piano / Data: Dom 16 agosto 2026 alle 18:30
Autore: Jessy Specogna
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